Invito alla lettura di una sceneggiatura (Paolo Braga)
Dalla parte del personaggio
Uno dei problemi – se non addirittura “il” problema – che una sceneggiatura deve risolvere al più presto è quello di creare un feeling tra il protagonista e lo spettatore. In termini tecnici, questo problema va sotto il titolo di “empatia con il personaggio”: si tratta di istituire quanto prima un coinvolgimento intimo del pubblico nelle emozioni di chi è al centro del racconto, sullo schermo. Generare empatia significa portare la platea a vivere gli stessi sentimenti dell’eroe o dell’eroina, a calarsi nei suoi stati d’animo, a farsi carico in prima persona dei suoi patemi: in qualche modo – si può anche dire – a tifare per il personaggio dopo essersi messi nei suoi panni.
Rispetto alla televisione, dove incombe la minaccia del cambio di canale, la sceneggiatura cinematografica può concedersi qualche minuto in più per indurre empatia. Il pubblico in sala, infatti, ha fatto strada, ha posteggiato, ha acquistato un biglietto: tutti investimenti che lo stimolano a dare più tempo al nascere di una sintonia con il protagonista; tutte resistenze ad abbandonare lo spettacolo prima del termine, salvo in caso di porcheria conclamata e inaspettata. Ciò non toglie che anche il successo di una pellicola dipende da una consonanza di timori e di speranze con il campione di umanità tratteggiato nella storia.
La formula dell’empatia
La formula dell’empatia – la leva retorica cui ogni sceneggiatore sa di dover ricorrere – è tanto semplice quanto efficace e può essere riassunta in questa frase: “fai in modo che il tuo personaggio abbia debolezze in cui il pubblico si possa riconoscere, ma anche qualità che il pubblico possa desiderare di avere”. L’immedesimazione nell’eroe scaturisce, dunque, da un sapiente mix di difetti e di pregi: se mancano i primi, il protagonista rischia di apparire distante, troppo perfetto; se mancano i secondi, il rischio è di sterile antipatia, di un rifiuto che corrisponde alla domanda istintiva e inconscia: “Umanamente parlando, qui dal buio della sala, cosa ci guadagno io, cosa imparo a seguire costui nelle sue peripezie?”.
Nell’incipit di Erin Brockovich, Julia Roberts è una spiantata incline al turpiloquio, con tre figli a carico, che mente con spudoratezza sulle sue credenziali pur di ottenere un lavoro: inevitabilmente, le viene rifiutato. Se non fosse che gli autori non fanno che la donna si lamenti, se non fosse che la mostrano rinunciare al pranzo per offrirlo ai figli senza dare a vedere il suo sacrificio; se non fosse che Erin/Julia Roberts è un personaggio a cui troppi ingiustamente mancano di rispetto spingendola a reagire con carattere… ebbene, se non fosse per questi secondi elementi positivi – elementi che, posti noi nelle sue stesse condizioni di partenza, vorremmo avere – licenzieremmo presto l’eroina dal novero dei personaggi amabili.
Un altro esempio è assai utile a rendere l’importanza dell’empatia, nonché a chiarire come un grande sceneggiatore possa riuscire, giocando su pregi e difetti, a generarla anche in condizioni, sulla carta, critiche. Il protagonista di Il Padrino è pur sempre un boss mafioso pluriomicida: credenziali non esattamente ottime. Era un problema che Coppola e Puzo avevano ben presente: quello della dissociazione emotiva del pubblico da Don Vito/Marlon Brando. Ecco allora che nella prima scena del film, il boss è il destinatario delle suppliche di un padre che chiede vendetta per la violenza subita dalla figlia. Il padre si lamenta di un mondo in cui non c’è più giustizia, in cui la legge non sa punire i colpevoli, in cui non ci sono più regole di comportamento. Lui stesso è accecato dal rancore, assetato di crudele vendetta; inoltre dà mostra di incoerenza e indelicatezza verso Don Vito, sempre tenuto a distanza e rivalutato solo ora, nel momento del bisogno. Il padrino, dal canto suo, con modi compassati e sicuri, esce dal confronto come un’ancora di equilibrio e sicurezza in un America allo sbando, una personalità che ci pensa bene prima di far scorrere il sangue, un capo compenetrato nel suo ruolo, una persona, insomma, a suo modo, di criterio. Tanto più che molti altri componenti della “famiglia”, scopriremo nel film, sono piuttosto animaleschi. Date queste premesse, difficile non vivere con partecipazione la fase discendente della leadership di Don Vito.
L’esperto lettore di sceneggiature ha maturato una spiccata lucidità nell’individuare quali corde uno script tocca per conquistare il pubblico alla sua causa. Ciò significa due cose: il lettore sa valutare se la miscela è ben calibrata e se può funzionare; il lettore sa praticare il distacco necessario dalle emozioni della storia e mettere a fuoco quale morale è servita dalla formula dell’empatia.
Perché la favola, bene non dimenticarlo, ha sempre una morale, e non è cosa da poco.
Paolo Braga
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